DA 0 A 100 KM IN 11 MESI – UNA COPPIA FORTISSIMA!

la 100 km in un anno

<<Ci sono storie che non sono solo storie>> (cit.)

Questa è la storia di una coppia nella vita e ora anche nella corsa. Di due miei amici che un giorno mi chiesero una cosa pazzesca e a cui normalmente avrei detto no, se non avessi saputo che l’avrebbero fatta comunque e che avevano abbastanza testa (con tutte le loro paturnie) per riuscirci. Vi consiglio di leggere tutte le loro parole, perché in queste righe, in poco più di 5 minuti  di lettura vivrete le emozioni, la fatica, le soddisfazioni di 11 mesi.

Un doppio racconto, ma che si fonde in uno solo, le parole di Serena e Francesco

Forse (anzi sicuro) non è un modello da seguire, ne come scelta strategica ne sulla gradualità che tanto predico, perché per fare la 100 km ci vogliono anni di corsa nelle gambe. Però è una vera emozione. E se non c’è emozione che senso ha la corsa?

Serena – la mia prima 100 km

<< Quando qualcuno viene a sapere che io e mio marito abbiamo affrontato la 100 km del Passatore solitamente, se ci conosce pensa che abbiamo perso la testa e poi ci chiede perché abbiamo deciso di farlo. Era domenica 27 maggio 2018, Francesco, mio marito, era uscito molto presto per l’ennesimo torneo di calcetto e io mi ero alzata insieme a lui altrettanto presto perché la nostra figlia più piccola, Chiara, di poco più di 8 mesi, aveva deciso che non era il caso di sprecare la domenica a dormire. Erano le 8 del mattino, dovevo intrattenere una bambina che non aveva nessuna intenzione di stare in casa e così decido di raggiungere la piazza di Faenza, la nostra città, a piedi. Le strade erano un po’ troppo movimentate per essere una domenica mattina come tutte le altre e così dopo poco realizzo che il giorno prima da Firenze era partita la 100 km del Passatore e quindi il centro sarebbe stato tutt’altro che vuoto. Evito la piazza principale, quella dell’arrivo, e percorro a ritroso le ultime centinaia di metri della gara incrociando i volti stravolti e felici di alcuni dei partecipanti chiedendomi per quale assurdo motivo avessero deciso di fare una cosa del genere.

Non ero in grado di correre neppure 2 minuti di seguito, come pensavamo anche soltanto di arrivare in fondo alla 100 km?

Non sono originaria di Faenza, ma vivendo qui da diversi anni ormai ho potuto ascoltare storie “epiche” di amici e amici di amici che si erano lanciati in questa avventura: alcuni preparati e pronti a combattere con i denti anche “solo” per guadagnare qualche minuto sul tempo dell’edizione precedente, altri partiti totalmente impreparati e arrivati strisciando, ma da “eroi”. Per me erano soltanto dei folli, tutti, ma in un certo senso la loro follia mi affascinava. La mia giornata continua e alla sera, quando mio marito rientra a casa, gli racconto di essere stata in piazza e di aver visto l’arrivo della 100 km. Tra le altre cose a un certo punto gli dico: “Beh, un anno potremmo provare a farla anche noi!” e lui, ovviamente, mi risponde: “Beh, il prossimo anno!” Non era la risposta che cercavo e neppure quella che mi aspettavo, stavamo parlando del più e del meno e io gli avevo lanciato l’ennesima delle mie idee folli e irrealizzabili. Avevamo due figlie piccole di 8 mesi e 3 anni, pochissimi aiuti esterni da parte dei nonni, due lavori che ci assorbono completamente e senza orari fissi, io non avevo praticamente mai fatto sport, non mettevo piede in palestra da quasi 2 anni e non ero in grado di correre neppure 2 minuti di seguito, come pensavamo anche soltanto di arrivare in fondo alla 100 km?

Fosse stato per me quell’idea folle sarebbe morta lì, per mio marito assolutamente no. Qualche giorno più tardi decide di contattare Simone, che conosceva da diversi anni perché era stato uno dei suoi storici allenatori di calcio, perché in fondo “se dobbiamo farla almeno prepariamoci per arrivare in fondo sani”. E così scriviamo a Simone presentandogli la nostra idea in modo tanto semplice quanto assurdo, dicendogli che volevamo iniziare a correre per prepararci alla 100 km del Passatore e arrivare in fondo sani, questo era il nostro unico obiettivo, e lui in modo altrettanto semplice ci risponde che sarebbe stato impossibile preparare una gara di questo tipo in un anno ma che accettava la sfida.

La mezza maratona di Ravenna è stata la prima gara corsa insieme a mio marito e incredibilmente è andato tutto per il meglio

A inizio luglio inizia così il nostro viaggio. Simone ci manda tutte le informazioni, completiamo un questionario dettagliato con domande a cui io nella maggior parte dei casi rispondo con un enorme punto interrogativo, perché non ne so niente di sport, né tanto meno di corsa e poi faccio un test su 2 km. Simone ci manda la sua scheda personalizzata di allenamenti e io già soltanto dopo averla aperta mi faccio una grassa risata. Tre allenamenti di corsa a settimana e un programma che prevede che dopo un mese io riesca a correre 30 minuti di seguito? Lui forse non ha capito con chi ha a che fare: io sono l’anti-sport per eccellenza. Dopo due allenamenti sono ferma per un dolore lancinante a un ginocchio, segue un mese di fisioterapia, ma non mi faccio abbattere. A metà agosto ricomincio da zero la scheda di Simone e lì si parte davvero. Iniziano mesi in cui la mia settimana è scandita dagli allenamenti, tra corsa e palestra. Ogni volta che guardo cosa mi aspetto per quell’allenamento mi dico che non ce la farò mai, ma poi ce la faccio ed è una soddisfazione immensa. Mia figlia più grande ormai al rientro da scuola non mi chiede più cosa c’è per cena ma soltanto se quella sera andrò a correre o in palestra. Dopo un mese riesco davvero a correre per 30 minuti di seguito e già questo a me sembra un traguardo incredibile, irraggiungibile e impensabile fino a un mese prima. Passano i minuti e le ore di corsa, passano i giorni e i mesi, passano gli allenamenti, i kg sulla bilancia sono sempre meno e ci avviciniamo alla mia prima grande sfida: la mezza maratona di Ravenna a inizio novembre. Ricordo di aver scritto a Simone qualche giorno prima confidandogli di essere molto tesa e dicendogli “ma davvero secondo te io sono in grado di correre per 21 km? Cioè, stai parlando di me? Ti rendi conto? Io non ho mai fatto più di 15 km, come li faccio gli altri 6?” A quel messaggio Simone ha risposto raccontandomi di quanto il clima di una gara possa aiutare, di come difficilmente si corrano 42 km per prepararsi a una maratona e di come non correremo mai 100 km in vista del Passatore, suggerendoci la corretta strategia di gara. La mia reazione a questa sua risposta è stata ancora una volta scettica, ma ovviamente, come sempre, aveva ragione lui. La mezza maratona di Ravenna è stata la prima gara corsa insieme a mio marito e incredibilmente è andato tutto per il meglio. A quella è seguita un’altra mezza maratona, andata decisamente peggio a inizio dicembre e poi il periodo di pausa e riposo, suggerito da Simone, dopo questo primo periodo di preparazione.

Avere qualcuno che ti dice che ce la puoi fare non soltanto per farti piacere, ma perché ci crede davvero a volte aiuta, tanto.

La vera sfida è partita a gennaio. Le ore di allenamento aumentavano, uscire la sera a ora di cena per allenarsi, quando fuori ormai il termometro era già sotto lo zero era durissima e le nostre domeniche mattina erano scandite dai lunghi. Ma maggio era ancora lontano e io non ci pensavo, pensavo piuttosto alla valanga di dolorini e doloretti che stavano facendo capolino, a come risolverli e a come gestire la mia vita tra casa, lavoro, marito, due figlie e allenamenti. In questo periodo Simone è stato fondamentale. Ci sentivamo molto spesso, non soltanto a fine settimana, quando gli inviavo la scheda aggiornata con i risultati degli allenamenti ma anche durante la settimana, a orari assurdi a fine allenamento, per dubbi, consigli, tirate di orecchie e molto più spesso anche per un semplice supporto psicologico. Avere qualcuno che ti dice che ce la puoi fare non soltanto per farti piacere, ma perché ci crede davvero a volte aiuta, tanto.
Sembrava andare tutto bene, ovviamente maledivo in ogni lingua conosciuta il giorno in cui avevo dato questa idea a mio marito e quello in cui avevo accettato la sfida, ma non pensavo ancora a fine maggio, nella mia testa era ancora lontano. Ho iniziato realmente a rendermi conto di quanto fossimo vicini all’appuntamento e di quanto poco io fossi preparata quando i primi di maggio abbiamo organizzato in autonomia il nostro allenamento lungo di 6h in cui provare a fare almeno 50 km. Questo è stato uno dei pochi allenamenti che io e mio marito abbiamo fatto insieme. Nei giorni precedenti abbiamo cercato di organizzare il percorso (da Faenza a Marina di Ravenna), abbiamo organizzato, rispetto alle indicazioni ricevute da Simone, quando e cosa mangiare e bere per integrare, abbiamo pensato ai ritmi, alle difficoltà e tutto quello che poteva andare storto è andato storto. Uno dei miei più grandi problemi in questi mesi era che non riuscivo a mangiare durante la corsa e in questo allenamento dei dolori all’addome mi hanno bloccato prima di raggiungere la metà del percorso, ma nonostante questo, anche se io non riuscivo a correre molto, siamo andati avanti. Siamo passati da un magnifico caldo umido al vento, alla pioggia, al freddo e di nuovo alla pioggia una volta arrivati al mare, ma in qualche modo ci siamo arrivati. Insieme.

Arrivo 100 km

Dopo questo allenamento iniziava il nostro periodo di scarico, ma le nostre peripezie non erano finite. Mentre io cercavo pozioni magiche per risolvere i miei problemi di stomaco, Francesco durante un allenamento si fa male a un polpaccio. Le ultime tre settimane prima della 100 km Francesco vive nello studio del fisioterapista, vede più lui che me. All’inizio sono fiduciosa, penso che si risolverà, poi i giorni passano e il suo polpaccio non migliora, fingo calma apparente e intanto a poco più di una settimana chiedo a Simone se devo prepararmi mentalmente ad affrontare da sola la gara. Lui rimane vago, non mi risponde davvero (e che potevo dire, ero positivo, ma non si poteva sapere n.d.r). So che mio marito sarebbe in grado di partire anche con il dolore e consapevole del fatto che si potrebbe fare molto male e questo mi mette ancora più ansia.

A una settimana dal giorno fatidico crollo

A una settimana dal giorno fatidico crollo. Non sappiamo ancora se il polpaccio di Francesco sarà con noi, lui non sa neppure se venire a ritirare il pettorale di gara, mancano solo 7 giorni, io non mi sento pronta, anche il mio polpaccio inizia a dare problemi, mi sembra una cosa più grande di me, non so come gestirla. Mi sfogo. Poi magicamente al mattino dopo sto bene. So che ormai non si torna più indietro, andiamo a ritirare entrambi il pettorale, ci siamo preparati per 11 mesi, in qualche modo la affronteremo. Passa una settimana in cui tutti, sia noi che i nostri accompagnatori, fingiamo calma apparente. Organizziamo il viaggio verso Firenze nostro e del nostro amico Alberto che ci seguirà in bici per tutti i 100 km. Organizziamo quello degli altri nostri 7 amici che ci raggiungeranno a metà percorso. Pensiamo all’attrezzatura da portare con noi. Pioverà? Farà freddo? Farà caldo? Quanti cambi? Cosa? Integratori? Scarpe di ricambio? I gruppi di WhatsApp del nostro gruppo podistico e degli accompagnatori sono costantemente attivi, a qualsiasi ora del giorno e in un lampo è la mattina di sabato 25 maggio 2019. Sono tesa, ma cerco di mascherarlo, è la stessa tensione di quando mi presentavo a un esame all’università consapevole di non essermi preparata a sufficienza. Sono riuscita a dormire, sono riposata, prepariamo le ultime cose e andiamo in stazione. Il viaggio passa tranquillo, pranziamo insieme agli altri partecipanti del nostro gruppo podistico, Le Linci, ci cambiamo, salutiamo Alberto, che ci aspetterà in bici fuori dal centro di Firenze e ci avviamo verso la griglia. È un attimo e si parte. A dire la verità ho dei ricordi confusi della gara. Ricordo la tensione prima della partenza, il caldo di Firenze, la paura di non sapere cosa e come mangiare, che alla fine risolvo andando a sensazione: mangio e bevo soltanto quello che mi va e quando mi va, ma mantengo la nostra tabella di marcia per gli integratori. I km scorrono, noi stiamo bene, stiamo gestendo la gara come ci eravamo promessi senza strafare nella prima parte, affrontando le salite più dure di passo perché comunque una volta arrivati nel punto più alto, alla Colla, si è solo a metà percorso. Iniziamo l’ultima salita, la più dura, quando la luce sta scendendo. Davanti a noi un lungo serpentone di lucine rosse e dietro altrettante lucine bianche. Se guardi un paio di tornanti più in giù ti chiedi come hai fatto a superare quel dislivello in così poco, se guardi verso l’alto ti chiedi come potrai arrivare lassù tra un paio di tornanti, ma tra una chiacchiera e l’altra arriviamo in cima. Breve pausa al ristoro, incontriamo alcuni amici, inizia a far freddo, decido di cambiarmi e poi ci buttiamo giù per la discesa. Forse la nostra tecnica sta funzionando. Non siamo freschi, ma non siamo neppure stanchi, abbiamo voglia di correre e le gambe girano, abbiamo già fatto 50 km e stiamo bene. In realtà io sto realizzando tutto questo soltanto adesso perché mentre ero lì la mia mente era come in stand-by: avevo un obiettivo, dovevo raggiungerlo e cercavo di non pensare, di rimanere concentrata e attenta, di non farmi distrarre. Dopo neanche un chilometro inizia a piovere, sapevamo che la pioggia sarebbe arrivata, ci copriamo e ripartiamo. Di lì a poco arrivano anche tutti gli altri 7 nostri accompagnatori. Alberto, che ci aveva sostenuto fin qui può tirare un sospiro di sollievo, non è più solo e può finalmente riposarsi un po’, noi euforici nel vederli continuiamo nel nostro viaggio. Continuiamo a macinare chilometri un po’ correndo un po’ camminando tra racconti e risate.

Arriviamo a Marradi, siamo a 65 km, ci guardiamo e pensiamo che abbiamo ancora quasi una maratona da affrontare

Arriviamo a Marradi, siamo a 65 km, ci guardiamo e pensiamo che abbiamo ancora quasi una maratona da affrontare, Francesco inizia a ipotizzare degli orari di arrivo, io non ci voglio pensare. Quando mancano circa 18 km a Faenza io inizio a finire le forze, la stanchezza si fa sentire, faccio fatica a mangiare e riprendere a correre è sempre più dura. Arriviamo finalmente a Brisighella. Tanti di quelli che ci avevano raccontato la loro 100 km ci avevano detto che la parte più dura è da Marradi a Fognano, perché sono luoghi conosciuti, ti sembra di essere a casa e invece mancano ancora tanti km. Per me non era così, questi luoghi io non li conosco, per me era tutta campagna sconosciuta e anzi, per me la parte più dura è stata da Fognano a Brisighella, perché avevo il mito che da Fognano ormai era fatta e invece no, per niente. A Brisighella troviamo l’ultimo dei nostri amici che ha deciso di unirsi al gruppo per correre insieme a noi. Si è alzato per noi alle 5 di mattina, non possiamo non correre con lui. Ripartiamo. Ormai mancano poco più di 10 km, sono sempre più convinta che in qualche modo arriveremo. Inizio a sentire fastidio ai piedi, faccio fatica a correre più di 500 m di seguito, ma ormai ci siamo. I nostri amici aggiornano Simone, sappiamo che sta arrivando in piazza per aspettarci. Siamo a Faenza, mancano un paio di km all’arrivo, sono tutti luoghi più che conosciuti, che abbiamo corso centinaia di volte ormai, iniziamo a incontrare facce e persone conosciute. Attraverso i nostri accompagnatori Simone ci fa sapere che “l’ultimo chilometro si corre tutto, non ci sono scuse”. Io non ci penso neppure, voglio arrivare, voglio rimanere sotto le 16 ore, ma al massimo posso correre gli ultimi 200 metri prima dell’arrivo. Ci siamo, siamo lì, siamo in Corso Matteotti, si corre. Vediamo la piazza, il traguardo, lo attraversiamo, ci abbracciamo e piangiamo, vediamo Simone, corriamo verso di lui e piangiamo ancora di più, tutti e tre abbracciati. Il resto è un mix altrettanto confuso di saluti, pianti, abbracci, congratulazioni e foto.

Credo soprattutto di averlo fatto per insegnare alle mie figlie che nella vita potranno fare tutto quello che vorranno

Cosa mi ha insegnato questa esperienza? Che la nostra mente può fare grandi cose e che se lo vogliamo davvero niente è impossibile. È una frase fatta, lo so, ma è davvero così. Io non ho mai fatto sport nella mia vita, ho sempre odiato lo sport. Mi sono sempre chiesta come faceva mio marito a uscire in inverno per andare a giocare a calcio al freddo e sotto la pioggia. Ma quando a dicembre siamo stati costretti a uno stop forzato, alla sera, quando mi rimettevo al PC per lavorare dopo cena aprivo la finestra per respirare l’aria frizzante che entrava, per respirare un po’ di quegli allenamenti che non riuscivo a fare. Quando corri da solo per chilometri e chilometri senza musica hai tempo per pensare, tantissimo tempo per pensare, forse troppo. Io in questi mesi ho pensato a tutti gli insulti possibili da scaricare su mio marito al rientro a casa, per avermi trascinato in questa avventura, ma ho anche pensato al perché lo stavo facendo. L’ho fatto per riprendermi la mia vita, per avere uno spazio per me nonostante un lavoro, due figlie e un marito per potermi guardare nuovamente allo specchio con un po’ meno di tristezza dopo due gravidanze, ma credo soprattutto di averlo fatto per insegnare alle mie figlie che nella vita potranno fare tutto quello che vorranno, che nessuno può dire loro che non sono in grado di fare una cosa se la vogliono davvero. Sicuramente in questo momento non possono capirlo, sicuramente non si sono rese neppure conto di quello che abbiamo fatto, per loro è stato solo un anno in cui ci hanno visto darci il cambio sulla porta di casa per poterci allenare, in cui hanno imparato il significato di “lungo”, “maratona”, “booster” e hanno scoperto strani miscugli colorati che solo mamma e babbo potevano bere. Ma spero che anche soltanto per vie traverse un giorno possano capire il significato di tutto questo.

Il nostro grazie più grande ovviamente va a Simone che pur considerandoci folli ha sempre creduto in noi, ci ha sempre sostenuto, ci ha spronato, ha dispensato consigli su ogni tipo di argomento possibile e immaginabile ed è stato sempre pronto a rispondere a ogni assurda domanda. Grazie per averci creduto anche quando noi non ci credevamo>>

Francesco – il cammino è la meta

<<Quando il 29 giugno 2018 abbiamo comunicato a sorpresa ai nostri amici e parenti che avremmo preso parte alla 100 km del Passatore 2019 ci presero tutti per pazzi: noi due, io e mia moglie, con due bambine piccole (all’epoca 3 anni e mezza la grande, 8 mesi la piccola), senza nonni ad aiutarci (troppo giovani per essere in pensione o troppo lontani), con due lavori impegnativi e senza orari certi, entrambi in sovrappeso, io che giocavo a calcio in porta da 12 anni e mia moglie che non aveva mai fatto 1 giorno di sport di vita sua. Anche “mister” Cellini (Simone di Runner 451) ci prese per pazzi poi, quando vide che non scherzavamo, conoscendomi da una decina di anni e vedendo che  volevamo farla insieme, con la sua onestà e genuinità ci disse: “c’è un sacco di lavoro da fare, ci saranno un sacco di problemi, possono andare storte un sacco di cose perché farla insieme aumenta le incognite ma se tutto va bene la farete in 15 e 30 / 16 ore”. A quel punto pensavamo che il pazzo fosse lui! A noi interessava farla senza star male, nelle canoniche 18 ore 30 – 20 ore che vedono al traguardo tutti quelli che la fanno per “esperienza” e non per “amore della corsa”.

Per me la 100 è di casa, la senti tua

Per me abitando a Faenza  “la 100” è di casa, la respiri una volta all’anno, la vedi, la conosci, conosci chi l’ha fatta, la senti tua anche se non la correrai mai; mi dicevo “magari alla soglia dei 50 anni, con le figlie grandi, di passo, in 20 ore, per dire di averla fatta almeno 1 volta”. Per mia moglie trapiantata a Faenza dalla Toscana, era una cosa diversa. Lei pensa che noi Romagnoli siamo totalmente matti, lei non “sente” la 100. La domenica mattina del Passatore 2018 prende le bambine e va in bici a vedere chi arriva nelle 18 ore, gli eroi della notte, che arrivano piangendo e ridendo contemporaneamente, spesso in gruppetto, abbracciandosi all’arrivo; io ero a un torneo a Riccione, torno a casa, apro la porta e lei mi dice: “in un anno potremmo provare la 100 come facemmo per il cammino di Santiago”. La guardo, mi guarda, penso gli ultimi 5 anni sono un susseguirsi di impegni (il matrimonio, la casa, le bambine, non facevamo più niente per noi stessi) e le dico: “perché in un anno potremmo…? Abbiamo già un anno davanti a noi, facciamo quella del 2019” e lei con calma inquietante e sguardo deciso mi risponde “va bene!”.

Così il primo luglio iniziamo con Runner 451 Training, gli allenamenti personalizzati, con la prima tabella di Simone, un mese per iniziare, per capire, cosa, come, perché: scarpe, dieta, palestra, orari assurdi, turni tra noi per tenere le bimbe e correre, iscrizione all’Atletica 85 Faenza per gare e fruire della pista, tutto nuovo. Come nuovi sono i problemini fisici che il primo mese emergono passando da zero a quattro allenamenti a settimana. Poi ad agosto ingraniamo, Simone ci aiuta, leggo il suo libro (era ora n.d.r.), rispettiamo la tabella, i miglioramenti iniziano a vedersi. A settembre ci affacciamo alla prima gara “non competitiva” e inizia anche la stagione calcistica (azz… 5 allenamenti a settimana + 1 partita sommando corsa e calcio), a ottobre faccio la mia prima Mezza Maratona sotto le due ore (3 mesi e mezzo dall’inizio), a San Pancrazio (RA).

Tutto stupendo e si legge nei nostri occhi, dalle foto sul traguardo, che iniziamo ad amare la corsa.

A novembre facciamo a Ravenna la prima Mezza insieme (che è anche la prima Mezza per Serena) e lì succede qualcosa: è la prima volta che ci troviamo a correre una gara competitiva insieme, Serena è la prima volta che supera i 20km, c’è un po’ di timore, non conosciamo quello che ci aspetta, ma il contesto è stupendo e alla partenza c’è Simone che farà la 10 km e un gruppo nutrito di Runner che si allenano con Runner 451 Training. Partiamo, non lo sappiamo, ma quella gara nel suo piccolo sarà un’anticipazione di come andrà la 100 km: all’inizio rimaniamo nel gruppone in fondo, ai ristori mia moglie quasi non si ferma mentre io si e mi ritrovo sempre a inseguirla, un po’ la camminiamo, arriviamo insieme correndo  tenendoci per mano al traguardo e la prima persona che abbracciamo è Simone (che era rimasto ad aspettarci, libro cuore). Tutto stupendo e nonostante le 2h 35min si legge nei nostri occhi, dalle foto sul traguardo, che iniziamo ad amare la corsa.

Dicembre invece iniziano i guai, sono 6 mesi che spremiamo il nostro corpo, siamo dimagriti tanto e facciamo sempre i salti mortali per allenarci. A S.Miniato (PI), in trasferta dai suoceri, faccio la Mezza migliorando di 4 minuti il tempo di ottobre ma incappando in una fascite plantare (causata dalle scarpe a quota 650km) e Serena in quella gara ha problemi allo stomaco terminando quasi in lacrime. Il mister saggiamente ordina “stop ragazzi, avete tirato già tanto, un po’ di riposo e si riparte” e lo stop coincide con un grave infortunio occorso a mio padre che mi allontana da tutto e da tutti per settimane.

Riprendo dopo quasi un mese

Riprendo dopo quasi un mese, nella nebbia, alle 21.00 del 27 dicembre, da solo, dentro la pista vuota e in quel contesto, stanco, preoccupato e stressato per mio padre, con la mia famiglia a 200 km di distanza per le vacanze di Natale, capisco che proprio la corsa e “la 100” mi stanno cambiando, ci stanno cambiando. E’ un momento cruciale, riesco a riprendere gli allenamenti, Simone settimanalmente rivede la mia tabella in base ai miei 300 incastri (spesso mi maledice perché la cambio in corsa a caxxo o perché odio i lenti) e gennaio, febbraio e marzo, complice il meteo, trascorrono in un lampo e correndo senza problemi. Rivede anche quella di Serena, che non riesce mai ad avere una settimana completa, tanto che iniziano a venire dubbi sulla scelta delle scarpe.

Partecipiamo alla Runner 451 Experience a Cervia con Simone, full immersion di tecnica di corsa, fondamentali per me ma soprattutto per Serena che corregge alcuni difetti, cambia scarpe proprio su consiglio del Mister e di lì al Passatore non si fermerà più per problemini fisici. Esperienza questa consigliatissima, per competenza, organizzazione, capacità di fare gruppo e risultati.

Il primo lunghissimo

A fine marzo un altro momento importantissimo per entrambi, il lungo da 4 ore: io decido di farlo in scalata seguendo i consigli del libro di quella grande “Lince” che è Andrea Tampieri e parto per il Monte Busca (39km e +800mt da Faenza), mini prova generale del Passatore con il mio amico Alberto Amadio (che ci accompagnerà sulla 100 in bici). Arrivo in cima in 4 ore e 29 min simulando un cambio vestiti e rifornimento a metà percorso di una decina di minuti, i ristori ogni 5km e regalandomi un blocco digestivo al 27° e crampo allucinando prima degli ultimi 10km di salita: tutto perfetto perché la testa non mi molla mai, gli ultimi 10 km li spingo e li gestisco e in cima il giusto premio: birra, focaccia, foto con la maglietta di Runner 451 e la convinzione che è fatta, il Passatore è alla portata. Mentre Serena corre sulle colline intorno a Faenza, scortata da un’amica, portando a casa 31 km.

La prima Maratona (insieme e in assoluto)

Ad aprile io e Serena torniamo a correre insieme, per entrambi è la prima Maratona, quelli di casa per Simone, a Russi, La Maratona del Lamone. Va tutto bene, Serena non ha grossi problemi di stomaco, io ho qualche problema a correre piano ma insieme il tempo vola, i km passano veloci, quando iniziamo un pochino ad arrancare sfiancati dalla pioggia e dal vento ecco che al 38° sbuca Simone in bici e ripartiamo, è fatta (non li ho caricati, ma affiancati 🙂 ). Dopo 10 mesi la prima Maratona, corsa insieme, arriva in 5h e 15min.

Arriviamo al mare e chi troviamo? La statua di Stefano Pelloni detto “Il Passatore”: è un segno del destino

Altre tre settimane e altro lunghissimo insieme, un allenamento di 6 ore, in cui avremmo dovuto fare almeno 50km, da Faenza al mare, con parte del gruppo degli accompagnatori che ci seguirà alla 100 del Passatore. Questa prova fisicamente va male, corriamo i primi 22 km, Serena migliora anche il suo PB sulla Mezza ma poi tornano i suoi problemi di stomaco, camminiamo tanto, 20 km a piedi in attesa che passino i mali e nel frattempo inizia pure a piovere e a far freddo. Chi ci vede per strada pensa ad una Caporetto, due a piedi e quattro dietro in bici (quattro angeli) sotto l’acqua. Ma nel momento peggiore, quando inizia a piovere forte, entriamo a Ravenna e l’idea di arrivare in fondo si fa concreta, riprendiamo a correre al buio e sotto l’acqua battente, in 6 ore e 48 min arriviamo al mare e chi troviamo? La statua di Stefano Pelloni detto “Il Passatore”: è un segno del destino. Ho sempre creduto al destino.

Questo lungo restituisce Serena fisicamente in ottima forma e capiamo sempre di più che mentalmente siamo fortissimi, ma lascia un ferito, il mio polpaccio sinistro non regge e otto giorni dopo, a 12 giorni dalla gara che stavamo preparando da quasi un anno, mi infortunio. Una distrazione importante, quasi stiramento. Saranno 12 giorni di fisioterapia due volte al giorno, di apprensione ma certezza di farla, certezza di farcela, Simone non passa un giorno che non sia convinto, mi chiama, mi consiglia. In quei 12 giorni fanno santo anche il mio fisioterapista Brian Lega e due giorni prima della 100 provo a correre un po’, sembra che regga. Reggerà però per 100 km e tantissime ore?

Sembra l’impossibile che diventa possibile, come tanti momenti che hanno caratterizzato tutta questa storia.

Così il 25 maggio 2019 alle 15:00 siamo lì, a Firenze, con i ragazzi delle Linci (gruppo podistico fantastico, ragazzi d’oro, una famiglia), un senso di incoscienza gigantesco e la certezza assoluta di arrivare in fondo. Per noi Firenze è la città del nostro destino, tutti i momenti importanti per noi sono accaduti in quella città in questi 13 anni insieme e siamo pronti a scrivere un altro pezzetto della nostra storia. E com’è andata? Ricordate la Mezza di Ravenna? All’inizio rimaniamo nel gruppo in fondo, ai ristori mia moglie quasi non si ferma mentre io si e mi ritrovo sempre a inseguirla (e sulla 100 sono 20 i ristori!), un (bel) po’ la camminiamo (una quarantina di km li corriamo), arriviamo insieme correndo tenendoci per mano al traguardo e la prima persona che abbracciamo è Simone, anche alle 6:48 della domenica mattina dell’arrivo del Passatore 2019. Dicono che la 100 km del Passatore sia 40% gambe, 40% testa e 20% cuore, per noi è stato proprio così.

La canzone “Romagna Mia” cantata a squarciagola sotto il cartello dell’ingresso nella provincia di Ravenna

Alla fine chiudiamo “la 100 più bella del mondo” in 15ore e 48minuti in linea con la previsione iniziale di Simone , 1855esimi su 3300 partecipanti, senza problemi di stomaco, senza problemi al polpaccio (due miracolati), concludendo la prima metà di gara in salita in 7 ore e 30minuti, “svenendo” sulla porta di casa per colpa del panino alla mortadella del ristoro all’arrivo, ma andando a pranzo sei ore dopo alla sagra di paese come nulla fosse (solo un po storti), felici di aver vissuto gli 11 mesi più belli e intensi della nostra vita, di aver vissuto la notte più bella della nostra vita, la salita alla Colla con un sentiero di lucine bianche e rosse davanti e dietro a noi a indicare la strada, la discesa nella pioggia con i nostri amici in bici e la marea di lucciole umane a spezzare il buio della vallata, la canzone “Romagna Mia” cantata a squarciagola sotto il cartello dell’ingresso nella provincia di Ravenna, tutti gli sconosciuti che abbiamo conosciuto e tutti gli amici che abbiamo abbracciato prima, durante e dopo la 100, la fatica, i sacrifici nostri, delle nostre figlie, dei nostri amici, dei nostri genitori.

arrivo della 100 km piazza Faenza

Runner, accompagnatori, amici e il coach all’arrivo

Tutto questo non è facile da raccontare, bisogna viverlo per capirlo, la 100 non è la somma di due Maratone e mezzo, la 100 è un viaggio per tutti e se ce l’abbiamo fatta noi due, che siamo persone normali senza qualità fisiche o mentali eccezionali, può farlo chiunque se affrontata nei giusti tempi e nei giusti modi (e per conoscerli occorre affidarsi a persone come Simone) perché “al Passatore” Faenza non è la meta, il cammino che ti prepara a farla è la meta.>>

Grazie Ragazzi dell’emozione che mi/ci avete regalato!

Simone

Runner 451