100 KM del PASSATORE: Analisi del percorso e consigli fondamentali

100 km del Passatore: quello che devi sapere per arrivarci davvero in fondo
Da Firenze a Faenza, 100 chilometri attraverso l’Appennino tosco-romagnolo, due regioni (Toscana ed Emilia-Romagna), due province (Firenze e Ravenna). Il percorso tocca Fiesole, scavalca il Mugello passando per Borgo San Lorenzo, sale fino alla Colla di Casaglia a 913 metri, poi scende verso Marradi, attraversa Brisighella e arriva in piazza del Popolo a Faenza. In mezzo, decine di frazioni, borghi e tratti di statale che ti restano impressi in modo diverso a seconda di quando li attraversi, se di giorno o di notte, se fresco o giĆ stanco.
Ogni anno tra il 10% e il 20% dei partenti non arriva. L’edizione 2025 ha segnato il record storico di percentuale di finisher, e c’ĆØ un motivo preciso: quella mattina Firenze aveva tra i 13 e i 21 gradi. Non ĆØ un dettaglio, la temperatura ĆØ uno dei fattori più determinanti di questa gara, e ci torniamo tra poco.
In questo articolo trovi tutto quello che serve per prepararsi e gestire la gara, dal percorso alla testa, dal cibo al sonno. Cose concrete, non teorie.
Il percorso, chilometro per chilometro
La prima parte: Firenze, Fiesole e la salita verso Vetta le Croci
Si parte da piazza del Duomo alle 15:00. I primi chilometri attraversano Firenze e salgono verso Fiesole, intorno all’8° km, poi il percorso si riallaccia alla SR302 in prossimitĆ di Vetta le Croci. In questa prima parte ci sono tante energie, il rischio ĆØ utilizzarne troppo, ci torniamo a breve.
Borgo San Lorenzo (km 31,5) e la seconda salita
Borgo San Lorenzo ĆØ il capoluogo del Mugello, primo traguardo intermedio a 195 metri di quota e a poco più di 31 km dal via. Per molti ĆØ il punto in cui ci si fa un’idea di come sta andando davvero la giornata. Da qui inizia la salita verso la Colla di Casaglia, la più lunga e impegnativa dell’intera gara: circa 17 chilometri che portano da 195 a 913 metri di quota, attraversando il passo della Colla. Ć il cuore della gara, il posto in cui si vincono o si perdono le ultime ore.
La Colla di Casaglia (km 48) e la grande discesa
Il passo a 913 metri è il punto più alto del percorso, al 48° chilometro. Qui viene assegnato il Gran Premio della Montagna. Quasi tutto il dislivello positivo della gara, circa il 90% dei 1.400 metri totali, è già alle spalle. Quello che rimane sono una lunga discesa, poi saliscendi continui fino a Faenza.
Da qui parte anche la notte per la maggior parte degli atleti. Chi arriva alla Colla tra le 20:00 e le 22:00 affronta la discesa verso Marradi nell’oscuritĆ , il che fa la differenza, il buio ĆØ un fattore che incide su aspetto come il passo, la fatica cognitiva, la percezione della strada. Per certi versi chi corre sotto le 9h, chi fino alle 15h e chi dopo, fanno quasi 3 gare diverse.
Marradi (km 65) e il tratto più sottovalutato
Marradi è il terzo traguardo intermedio, a 328 metri di quota e a 65 chilometri dal via. Significa aver completato i due terzi del percorso, aver affrontato entrambe le grandi salite. à qui che per molti si manifesta il vero muro, non necessariamente il più duro fisicamente, ma quello mentale. O meglio quello psicofisico.
Da Marradi in poi il percorso scende in modo graduale verso la pianura romagnola, passando per San Cassiano intorno al 76° km e Brisighella all’88°. Non ĆØ però pianura: ci sono saliscendi continui, brevi falsopiani in salita che dopo tante ore sembrano molto più impegnativi di quanto siano. Arrivati alla colla si ĆØ corso il 90% del dislivello positivo, ma quel 10% non ĆØ assolutamente da sottovalutare.
Da Brisighella a Faenza: gli ultimi 12 km
Il finale verso Faenza ĆØ il momento in cui chi ha gestito bene la gara può ancora fare la differenza, e chi ha esagerato nelle prime ore paga tutto insieme. Le ultime salite, anche piccole, diventano enormi. La pianura c’ĆØ, ma non ĆØ detto che le gambe riescano ad approfittarne.
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Le salite dure, ma attenzione alle discese
Tutti parlano delle salite, ed ĆØ giusto. Ma le discese del Passatore, quella lunga dopo la Colla in particolare, meritano una riflessione a parte perchĆ© sono uno dei fattori più sottovalutati dell’intera gara.
Scendere per chilometri su asfalto, dopo ore di corsa e con le gambe giĆ cariche, impone al quadricipite un lavoro eccentrico molto intenso: il muscolo si contrae mentre si allunga, per frenare il corpo a ogni passo. Ć uno sforzo diverso dalla salita, meno percepibile come fatica nell’immediato, ma con un costo muscolare che si paga dopo, quando spiana. Chi forza in discesa, cercando di recuperare tempo o semplicemente lasciandosi trascinare dal dislivello, spesso si ritrova con le gambe bloccate nei tratti pianeggianti o nelle ultime salite tra Marradi e Faenza.
Il consiglio ĆØ di lasciarsi andare in discesa, ma in modo controllato, senza spingere e senza cercare di fare il tempo. Lasciare che la discesa venga da sola, senza caricare oltre. E usare i ristori lungo la discesa non solo per mangiare e bere, ma per fermarsi qualche minuto, camminare, lasciare che la gamba si resetti un po’ prima di ripartire. Sembra controintuitivo, sembra perdere tempo. In realtĆ ĆØ uno degli investimenti migliori che si possano fare in vista degli ultimi 35 km.
La temperatura: il fattore che cambia la gara
Il confronto tra le edizioni calde e quelle fresche del Passatore è molto chiaro sui dati dei ritiri. Il caldo di maggio può essere un avversario più insidioso delle gambe stanche, perché agisce in modo silenzioso: la temperatura corporea che sale attiva i meccanismi di protezione del sistema nervoso, che inizia a ridurre il reclutamento muscolare prima ancora che se ne rendano conto le gambe.
Alcuni accorgimenti pratici che fanno la differenza concreta.
- Non stare al sole prima della partenza. Ogni grado in più di temperatura corporea al via è qualcosa di cui ci si pente dopo il 60° km.
- Partire vestiti il giusto per Firenze, sapendo che in cima alla Colla le condizioni possono essere molto diverse, soprattutto se ĆØ giĆ sera e c’ĆØ vento.
- Bagnare i polsi e il collo durante le fasi calde aiuta a dissipare il calore in modo efficace.
- Anticipare il freddo della Colla e della discesa, non aspettare di sentire freddo per coprirsi. Il cambio di termiche va pianificato prima. Un buon momento può essere un punto riparato subito dopo la scollinata. Cambiare in cima, con il vento e il sudore addosso, rischia di essere già tardi.
- Coprire le estremità , restare il più possibile asciutti e cambiare calze se si ha la possibilità : cose che a 70 km diventano sostanza, non dettagli.
La prima parte di discesa dopo la Colla ĆØ quasi sempre ventosa, anche in estate. Chi la affronta senza copertura spesso se ne pente nelle ore successive.
Il ritmo: l’unico consiglio che vale per tutti
Lo sa quasi chiunque, eppure ogni anno la partenza del Passatore ĆØ una corsa collettiva verso la prima salita. Partire controllati ĆØ il consiglio che tutti danno e pochissimi seguono davvero, e i dati lo confermano in modo abbastanza netto.
Analizzando i passaggi intermedi di chi ha chiuso la gara in tempi molto diversi, tra le 10 e le 13 ore, fino a Borgo San Lorenzo le differenze nei distacchi sono spesso minime. La vera gara inizia da subito, ma spesso la differenza si fa dopo Marradi. Chi regge il passo negli ultimi 35 km porta a casa il risultato, chi ha esagerato nei primi 48 si siede, a volte letteralmente, e non sempre riesce a ripartire.
Fare salire troppo il cardio tra il 4° e l’8° km o nella seconda salita tra Borgo San Lorenzo e la Colla può costare decine di minuti, se non ore, nelle ultime fasi di gara. Non ĆØ una questione di allenamento, ĆØ una questione di gestione. Nei tratti più duri di salita, inserire tratti di cammino non ĆØ una sconfitta: per molti ĆØ la scelta che permette di arrivare. Per chi punta a tempi sopra le 12 ore, camminare entrambe le grandi salite ĆØ non solo lecito, ma consigliato. Si può comunque stare sotto le 13 ore camminando tutto il dislivello importante, e 13 ore su questa gara sono un risultato di tutto rispetto.
Vale anche per i più veloci: ogni tanto si vedono ritiri tra i top runner, non perché non avrebbero potuto finire, ma perché la competizione li ha spinti a dare qualcosa in più di quello che 100 km possono tollerare. Il Passatore è lungo.
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Mangiare e bere: non aspettare di averne voglia
L’alimentazione durante una gara di questa durata non ĆØ solo una questione energetica, ĆØ anche una questione ormonale. Quando la glicemia scende, il corpo percepisce un segnale di allarme e produce più cortisolo per recuperare energia dal fegato. Il risultato ĆØ sentirsi più stanchi, più in allarme, in un circolo da cui ĆØ difficile uscire una volta che si ĆØ innescato.
La parola d’ordine ĆØ anticipare. Non si aspetta di avere fame per mangiare, si mangia prima, a intervalli regolari, ogni 30-40 minuti. Poco e spesso, piuttosto che tanto in una volta sola: l’intestino durante la corsa lavora in condizioni giĆ difficili, e chiedergli di digerire grandi quantitĆ in una volta sola significa rallentare l’assorbimento. Stesso discorso per l’acqua: si beve a ogni ristoro, a prescindere dalla sete. La sete in corsa ĆØ un segnale tardivo.
Le quantitĆ e le fonti di carboidrati andrebbero comunque testate durante i lunghi di allenamento e nelle gare di avvicinamento, non sperimentate per la prima volta il giorno del Passatore.
La testa: la variabile che quasi nessuno allena davvero
C’ĆØ un aspetto della 100 km che anche chi la gestisce bene spesso non sa di star gestendo nel modo ottimale: la capacitĆ del sistema nervoso di restare funzionale sotto una pressione prolungata di ore e ore di corsa. Non ĆØ un discorso astratto, ma di aspetti pratici che torneranno utilissimi.
Abbiamo fatto un video dedicato proprio a questo, alla gestione ormonale dello stress nell’ultramaratona , che vale la pena guardare prima della gara. Qui sotto trovi i punti principali.
Il governatore centrale: perchƩ ci si ferma prima del limite reale
Il cervello monitora continuamente temperatura corporea, glicemia, scorte di glicogeno e altri parametri. Quando percepisce che ci si sta avvicinando ai limiti, attiva meccanismi di protezione che riducono il reclutamento muscolare, come se staccasse degli interruttori nelle gambe. Ć il motivo per cui a un certo punto si rallenta in modo improvviso e apparentemente inspiegabile.
La prova più diretta di questo meccanismo ĆØ qualcosa che quasi tutti i finisher di una lunga ultra hanno sperimentato: l’ultimo chilometro ĆØ spesso il più veloce di tutta la gara. Fino a poco prima sembrava impossibile andare avanti, poi quando il sistema nervoso capisce che manca pochissimo, riaccende tutto e il corpo risponde. Questo vuol dire che quei limiti non sono i limiti reali dell’organismo, e che ci sono quasi sempre riserve disponibili. Bisogna solo trovare il modo di sbloccarle prima dell’ultimo chilometro.
Il respiro
Respirare in modo calmo e controllato, con l’espirazione almeno uguale all’inspirazione, attiva il sistema parasimpatico e aiuta a tenere sotto controllo la risposta allo stress. Un protocollo semplice ĆØ inspirare ed espirare per 5 secondi ciascuno, 6 respirazioni al minuto. Si può fare anche durante la corsa, nelle sezioni pianeggianti o nelle discese dolci. Ma va allenato prima, non improvvisato il giorno della gara. Un ottimo esercizio di rilassamento nella settimana che precede la gara.
Leggere i segnali come dati, non come allarmi
Quando si ĆØ a 70 km e le gambe fanno male, il respiro ĆØ affannoso e il passo ĆØ calato, il cervello può interpretare quei segnali in due modi molto diversi. Se li legge come una minaccia, li amplifica e porta verso il pensiero di mollare. Se li legge come dati, informazioni utili su dove si ĆØ della gara, il cervello non va in allarme. La differenza tra “non ce la faccio più” e “sono al 70° km, ĆØ normale sentirsi cosƬ” ĆØ concreta nella percezione della fatica e nella capacitĆ di continuare.
Il self talk
Ricerche specifiche mostrano che parlare a se stessi in seconda persona o usando il proprio nome riduce l’impatto emotivo dei pensieri negativi sul cervello. “Non ce la faccio” ĆØ autodistruttivo. “Simone, ce la fai” ha un effetto diverso sulla percezione dello sforzo. In 20 ore di gara, queste piccole cose si sommano.
Pensare al prossimo ristoro, non ai km che mancano
Ridurre l’orizzonte temporale del pensiero riduce l’affaticamento cognitivo. Non bisogna pensare ai 40 km che mancano, ma ad arrivare al prossimo ristoro, o anche solo al prossimo tornante. Vale ancora di più nella notte, quando il campo visivo ĆØ ridotto e il cervello lavora giĆ di più. Tenere lo sguardo a 30-40 metri davanti, dove illumina la frontale, avere una strategia giĆ definita e ridurre le decisioni al volo sono tutti modi per abbassare il carico cognitivo nelle ore più dure.
La settimana prima: trattarla come un allenamento
Quello che si fa nei 5-7 giorni prima della gara conta molto, non solo sul piano fisico. Cercare di rilassarsi, organizzare un’agenda leggera, avere un sano egoismo in questo periodo non ĆØ una frivolezza: ĆØ dare una mano alla preparazione.
Sul fronte mentale, un approccio che funziona ĆØ lavorare per separare il distress, lo stress negativo che consuma dall’interno, dall’eustress, quella tensione positiva che fa friggere nello stomaco e che ti fa dire “non vedo l’ora”. Il distress viene alimentato dalle aspettative riversate sugli altri, dalla paura che vada tutto male, dall’errore di pensare che i propri risultati definiscano chi si ĆØ. La corsa fa parte di uno stile di vita, ma non ĆØ un’identitĆ . E tenerlo presente nelle settimane di avvicinamento aiuta ad arrivare alla partenza con la testa più libera.
Un altro strumento utile ĆØ immaginare tutto quello che potrebbe andare storto durante la gara e pensare in anticipo alle soluzioni. Non per alimentare l’ansia, ma per non farsi trovare impreparati. Anzi, riuscire a fare una risata su questi scenari peggiori aiuta a ridimensionarli. Un problema che ĆØ giĆ stato risolto nella testa smette di essere una minaccia.
Il sonno
La notte prima della gara va quasi sempre male per quasi tutti: l’ansia, la logistica, la sveglia presto. Ć normale e una singola notte non compromette la prestazione del giorno successivo. Il problema semmai sono i 3-5 giorni precedenti. Dormire bene nella settimana che precede la gara, e accumulare un piccolo surplus di ore di sonno nei giorni disponibili, migliora in modo concreto la regolazione ormonale, la luciditĆ mentale e il controllo emotivo durante la gara. Soprattutto quando si arriva all’80° km e tutto quello che si ha ĆØ ancora lƬ a lavorare.
Curare l’igiene del sonno, andare a letto allo stesso orario, ridurre gli stimoli serali. L’idea ĆØ trattare le notti di avvicinamento con la stessa attenzione di una sessione di allenamento.
Dopo la gara: il recupero non ĆØ facoltativo
Tagliare il traguardo non è la fine dello sforzo. Dopo 100 km su asfalto il sistema rimane in stato di allerta per molte ore, il battito cardiaco può restare elevato a lungo, il sistema immunitario è temporaneamente in crisi. Chi gestisce bene le 48 ore post-gara, bevendo, mangiando carboidrati e proteine e dormendo, si trova in condizioni significativamente migliori già dopo una settimana. Chi le gestisce male rischia mesi, non settimane, di calo delle prestazioni, umore instabile e stanchezza persistente.
Per almeno due settimane meglio non rimettere le scarpe da corsa. Dopo la prima settimana si può iniziare con qualcosa di leggero come la bici, senza tabelle e senza obiettivi. E soprattutto, non iscriversi a una gara la domenica successiva.
Il viaggio e la gara del Passatore
Il Passatore attraversa due regioni e due province, tocca Fiesole, Borgo San Lorenzo, Marradi, Brisighella e decine di borghi minori lungo la SR302 brisighellese. 100 km omologati FIDAL, circa 1.400 metri di dislivello positivo concentrati per il 90% nei primi 48 km, e una seconda metĆ che sembra più facile di quanto sia. Non esiste una formula matematica che garantisca l’arrivo, ma chi arriva a Faenza con le braccia al cielo ha quasi sempre fatto le stesse cose: ĆØ partito piano, ha mangiato e bevuto con costanza, non ha forzato le discese e ha gestito la testa nei momenti difficili.
Per tutti è un viaggio, per tutti è una sfida con sé stessi, per alcuni è una gara per la posizione, per tutti è qualcosa che resta nel cuore. Prepararsi al meglio è una condizione necessaria, ma non sufficiente. O meglio fa parte della preparazione tutto ciò di cui abbiamo parlato in questo articolo. Il piano che si fa non verrà mai realizzato al 100%, ma avere un piano che non funziona al massimo è meglio che improvvisare. Il rischio nella preparazione è fare troppo poco? Forse, ultimamente vedo fare troppo e non dare il giusto valore allo scarico. E non testare tutto quello che potrebbe accadere alla gara.
Un grande in bocca al lupo a tutti gli atleti, buona 100!
SimoneĀ Cellini
Creatore di Runner 451, allenatore running, laureato in Scienze motorie, laureato magistrale in scienze politiche – sociologia, Master EMBA, preparatore atletico
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